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La decisione di recensire in questa sede il settimo volume: ADHS. Psychoanalytische und andere Perspektiven (DDAI. Deficit di attenzione con o senza iperattività, prospettive psicoanalitiche e non) è dovuto a molteplici motivi.
Rilevo anzitutto l'attualità e l'importanza del tema, nel suo specifico. Si parla molto di questa patologia sia negli ambiti scientifici che tra i mass media. Da una decina di anni assistiamo in vari paesi, a cominciare dall'America, ad un rapido aumento delle diagnosi di DDAI. Con non poco stupore apprendo dalla letteratura che il Ritalin (Metilfenidat) viene prescritto in particolar modo a bambini tra i nove e i dodici anni e che i bambini trattati con questo farmaco nel mondo sono più di dieci milioni. Altri dati che fanno riflettere è l'aumento di prescrizioni nei vari paesi; nel 1993 viene prescritto il Ritalin in tredici paesi, oggi in più di cinquanta. Anche il consumo, in Germania, è salito dal 34 ai 1221 chilogrammi dal 1993 al 2006. Per l'Italia non ho data statistici alla mano, ma colleghi neuropsichiatri mi confermano sia l'aumento di diagnosi che di prescrizione del farmaco. L'approccio psicoterapico, ove esistente, è quasi solo di tipo cognitivo-comportamentale.
In secondo luogo tutti gli articoli presentati nel volume hanno una loro originalità e specificità. Nel loro insieme offrono, al lettore, una buona panoramica dello stato attuale della sindrome DDAI, spaziando dalla clinica alla teoria. Questi lavori esprimono i contributi di varie discipline alla ricerca di una spiegazione. Vengono messe in luce le lacune presenti nel campo della ricerca e nell'approccio clinico dove la psicoanalisi è, a torto, esclusa.
In terzo luogo penso sia confortante e potrebbe servire da incoraggiamento sapere che ci sono colleghi che si cimentano nella ricerca e nella dimostrazione che la psicoanalisi è, anche oggi, prevalendo l'approccio organicistico, un valido strumento per comprendere, curare e prevenire le patologie psichiche.
Per la società in