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«Sarà una lunga battaglia, anche dopo che saremo morti e sepolti, grande è il potere del fraintendimento». Questa non è una parafrasi né un'altra versione della frase con cui Freud chiuse la sua intervista alla BBC il 7 dicembre 1938, che qualche tempo fa ci è stata ricordata sulle pagine di questa Rivista (Riolo, 2006). A parlare, qui, è Charles R. Darwin.1 Ricordarlo in questa sede, in occasione del bicentenario della nascita, non è casuale, se, come ci rammenta Di Chiara (infra, 345), la scoperta dell'Inconscio è continuamente contrastata alla pari solo di «un'altra scoperta che subisce lo stesso destino, […] quella dell'evoluzione della specie». Certo, sappiamo che la garanzia di un permanente inserimento nel «patrimonio di conoscenze dell'umanità» (Riolo, 2006) non è mai assicurata, né in particolare all'interno della psicoanalisi, che nel suo movimento di investigazione ha scoperto che la sua stessa teorizzazione è esposta a quei processi e quei meccanismi che via via mette in evidenza nell'essere umano (rimozione, diniego, isolamento, rinnegamento, scissione etc.), né in generale per tutte le conquiste della cultura e della civiltà, di cui Freud ha contribuito a mostrare l'inquietante precarietà. E certo, per spiegare perché siano specificamente l'inconscio e l'evoluzione a subire questo periodico attacco, si potrebbe ricorrere al punto di vista freudiano secondo il quale la psicoanalisi avrebbe inferto all'essere umano una terza, ancora più intollerabile ferita narcisistica «psicologica», dopo l'umiliazione «cosmologica» della rivoluzione copernicana e appunto quella «biologica» della rivoluzione darwiniana (Freud, 1916).
Eppure questa comune e specifica precarietà ci sembra possa segnalare un legame più profondo e peculiare tra psicoanalisi e teoria dell'evoluzione. Benché nell'opera freudiana nessuno dei riferimenti a Darwin sia all'Origine delle specie — di cui ricorre il centocinquantenario —, e sia eccezionale il diretto richiamo alla teoria della selezi