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Mi capita, al termine di una seduta, di aprire la finestra e di osservare gli alberi della piazza sottostante, mentre mi guardo intorno, a volte, scorgo il paziente che ho appena incontrato in seduta che si avvia al lavoro, a prendere i figli a scuola, all'università… In quei momenti avverto un senso di rispettosa tenerezza, quando, nonostante i problemi, il dolore, le difficoltà, vedo gli analizzandi andare verso cose e impegni che li coin-volgono e che sentono come parte della propria esistenza. Allora mi chiedo come mai, invece, altre persone che incontro nell'analisi sembrano trascinarsi fuori dello studio per andare verso attività e impegni che non sentono come propri, che non sembrano corrispondere ad una loro intima motivazione, ad un desiderio.
L'ipotesi che intendo sviluppare in queste pagine è che l'individuo non è in grado di agganciare la realtà e di farne esperienza se non tollera l'impersonalità del Destino, come Freud l'ha definita. Accosto questa nozione a quella di «O» di Bion per descrivere alcuni aspetti del funzionamento psichico che trasformano l'impersonale «spinta a esistere» in un nucleo di motivazioni personali a vivere la propria vita, ad individuarsi, a realizzare legami appassionati, a tollerare la morte.
Il lavoro si avvia da un vertice specifico e da un linguaggio psicoanalitico selezionato tra i tanti possibili. Lacan, Matte Blanco, Bollas e, naturalmente, Winnicott, per non citarne che alcuni, hanno affrontato il sentimento di esistere con altrettanta coerenza teorica. I modelli ci aiutano a dialogare con gli analizzandi intorno a stati emozionali primari, a vicende somato-psichiche inarticolate, a difetti di continuità tra somatico e psichico (Lombardi, 2004). Ciascuno di noi seleziona quel linguaggio teorico che, per lui, meglio soddisfa questa esigenza. Per sviluppare i temi del presente lavoro utilizzo gli Autori il cui linguaggio è per