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Sono stato a suo tempo incuriosito da questo breve passaggio dell'introduzione di Michael Eigen al suo libro Legami danneggiati (2007): «Mi sono convinto che molto di ciò che accade in terapia, spesso la cosa più importante non è verbale, ma è per sempre fuori dalla portata delle parole. Ciò non minimizza affatto l'uso delle parole. Ci sono persone che devono tempestare di parole le sbarre della prigione, cercare di dire tutto. A volte spingono le parole o ne sono spinti, oltre il confine, aprendo percorsi d'esperienza. Le parole, è vero, conducono a nuovi aspetti della realtà. Ma nel lavoro terapeutico c'è quasi sempre un tono, un'atmosfera, una sensazione che è più importante. Le parole, dopo tutto, non implicano semplicemente lo scambio di informazioni: sono parte dello scambio di stati dell'essere».
Mi è sembrato che questo lavoro potesse essere letto come un modo peculiare di vedere questo scambio di «stati dell'essere» comunque esso venga veicolato. L'accadimento specifico che, secondo me, si consuma nella relazione analitica e che la rende tale. Più esplicitamente, il mio contributo consiste nel tentativo di descrivere come, nel processo analitico che si sviluppa nella relazione analitica, possa cogliersi la realizzazione di una nascita psichica. Di essa, tra l'altro, indico quanto riportabile alla «pellicola di pensiero», agli aspetti della simbolizzazione iconica ed a condizioni leggibili come cogemellarità, di cui mi sono occupato più volte a proposito di psicogenesi e relazione analitica.
Intendo parlare della nascita psichica come esperienza che, con connotazioni diverse, attraversiamo nella situazione analitica e da cui possiamo astrarre una