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Sembra un paradosso assoluto, sembra incomprensibile, eppure è vero: tra gli psicoanalisti si va assottigliando l'attenzione per l'Inconscio. Vale a dire per l'oggetto peculiare e specifico della nostra attività. In realtà non è neppure la affermazione aperta e ripetuta della sua esistenza che ci mantiene in contatto con il suo terreno; quanto piuttosto la paziente e discreta allusione ad esso, mentre vi si passa vicini. Nell'insieme è da sottoscrivere la notazione di Semi (2003) di quanto sia diffusa l'indistinzione tra inconscio e coscienza. È anche vero che non sono stati fatti progressi nella direzione di un migliore chiarimento, un approfondimento di quel collegamento tra le prime formulazioni freudiane di Conscio-Inconscio e quelle successive di Io-Es-Super-Io. Per come ha fatto notare Riolo (1999), l'attenzione si sposta, nella lettura dei sogni, delle libere associazioni, delle comunicazioni del paziente, dai contenuti latenti a quelli manifesti in un esercizio intensificato di ermeneusi delle produzioni intersoggettive. È sovente trascurato quell'elemento di base dell'organizzazione dell'apparato psichico che chiamammo e chiamiamo «la rappresentazione inconscia». Il richiamo alla coscienza, frequentemente praticato, è talvolta indicato come la prospettiva più significativa della ricerca futura (Imbasciati, 2005). La coscienza è naturalmente quanto di più importante sia a nostra disposizione per vivere decentemente, ma essa è estremamente fragile e male informata, per come ha propriamente documentato la psicoanalisi attraverso lo studio dell'inconscio e la pratica clinica dell'analisi di esso. Analisi difficile e mai diretta, ma