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Nel suo saggio del 1915, Freud propone a proposito dell'inconscio una affermazione che suona a prima vista come un paradosso: e cioè che l'inconscio non può essere conosciuto se non come una forma della coscienza, più precisamente ancora, nelle sue trasformazioni registrate dalla coscienza.
Il paradosso apparente contiene il nucleo dell'epistemologia freudiana, che sposta per l'appunto l'oggetto della conoscenza sul piano delle operazioni di trasformazione. La sospensione di ogni tentazione ontologizzante ha in questo saggio il suo nitido svolgimento nella specificazione del senso non sostanzialistico dei diversi topoi della psiche; essa peraltro non nega il riferimento a una ontologia delle realtà sia interne che esterne. Queste realtà sono qualificate dal loro aspetto ultimo non conoscibile, anche se sulla base dell'entusiasmo relativo alla conoscenza delle operazioni trasformative dell'inconscio egli esprime il suo ottimismo verso una maggiore conoscibilità della realtà interna rispetto a quella esterna. Ridò volentieri a Freud (1915, 54) le sue parole:
«L'ipotesi psicoanalitica di un'attività psichica inconscia ci appare, da un lato, come un ulteriore sviluppo dell'animismo primitivo che ci induceva a ravvisare per ogni dove immagini speculari della nostra stessa coscienza, e d'altro lato come la prosecuzione della rettifica operata da Kant a proposito delle nostre vedute sulla percezione esterna. Come Kant ci ha messo in guardia contro il duplice errore di trascurare il condizionamento soggettivo della nostra percezione