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Riflessioni preliminari sulle differenze tra i modelli teorici in psicoanalisi. Vi sono Autori che hanno sottolineato in modo approfondito i punti in comune e le differenze tra i vari modelli (Wallerstein, 1988; 1990; 2005; Kernberg, 1993; 2001; Gabbard, 1995; Gabbard, Western, 2003; Green, 2005; etc). Diversi studi sui modelli impliciti di ogni analista al lavoro sono stati recentemente pubblicati in volume dopo un lungo lavoro fatto con analisti di differente orientamento (Canestri, 2006; Tuckett et al., 2008). Grazie a tutti questi lavori che do per condivisi, mi sento libero di esplicitare a modo mio le diversità talvolta profonde che vi sono e le conseguenti implicazioni tecniche.
Credo che, perché si possa parlare di «psicoanalisi», vi debbano essere tre invarianti imprescindibili: la convinzione dell'esistenza di un Inconscio (anche se di esso possono esistere diverse declinazioni), il rispetto delle invarianze legate al setting e da ultimo una asimmetria con un'assunzione forte di responsabilità, da parte dell'analista, di quanto avviene dentro la stanza di analisi.
Molte sono invece le varianti possibili tra i vari modelli; ne prenderò brevemente in considerazione alcune a parer mio significative.
Un punto di frattura (o comunque di distinzione tra modelli diversi) è se considerare centrale l'operazione di ricostruzione storica, il rendere conscio quanto era inconscio anche relativamente alle varie fantasmatizzazioni del mondo
Relazione principale del XLVI Congresso dell'International Psychoanalytic Association (IPA). Chicago, 29 luglio-1° agosto 2009, sul tema: «La pratica psicoanalitica: convergenze e divergenze». La prepubblicazione della relazione avviene per concessione di IPA Trust Ltd che ne detiene il copyright.
interno, oppure l'ampliamento degli strumenti per contenere (contenitore) e trasformare le protoemozioni (funzione α).
Una via di mezzo potrebbe essere considerare che anche le operazioni di ricostruzione storica (o di costruzione mitica della