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Il mio intervento prende le mosse dal preciso ricordo di un episodio, che risale all'incirca a quando avevo dieci anni. Si tratta probabilmente di un Deckerinnerung, un termine freudiano che in francese è tradotto come souvenir-écran e in inglese come screen-memory. Le due traduzioni — per via del loro riferimento allo schermo — sono molto più associabili al cinema del termine tedesco Deckerinnerung, o dell'italiano ricordo di copertura. Non desidero tuttavia parlare di ciò che il mio ricordo o lo schermo cinematografico nascondono, ma semplicemente rievocare un fatto realmente accaduto. L'episodio si connette per me bambino alla rivelazione quasi iniziatica che il cinema non è l'esperienza della realtà, ma una finzione provvista di un proprio linguaggio molto specifico, e infine un prodotto intenzionale di alcuni uomini a favore di altri esseri umani. Il film crea una realtà percettiva propria, su uno schermo che si sovrappone alla realtà “naturale” dell'esperienza abituale, nascondendola e addirittura sospendendola temporaneamente.
L'episodio della mia infanzia è il seguente. Il padre ingegnere di un piccolo amico coetaneo aveva accompagnato suo figlio e me ad assistere ad un film in una sala cinematografica cittadina. Non ricordo di che film si trattasse, ma ricordo bene cosa accadde. Durante tutto lo spettacolo, fu evidente che il padre del mio amico non capiva nulla del racconto cinematografico che si stava sviluppando. Interrogava in continuazione in modo insistente e fastidioso il figlio, perché gli spiegasse cosa fosse successo sullo schermo, dove si svolgeva una narrazione, di cui non riusciva ad afferrare il senso.