You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
A proposito di …
. L'etica del desiderio
Napoli, Cronopio, pagine 258, euro 22,00
Una delle immagini più inquietanti tra quelle proposte al convegno che la SPI ha dedicate al disagio della civiltà è quella della «cravatta croata». Inchiodato vivo un prigioniero contro la porta di casa, gli si apriva la trachea per farne uscire la lingua a mò di cravatta: «I serbi rendevano così un omaggio ironico (era il ) all'invenzione di questo ornamento per mano dei Croati» (Balsamo, 2005, 47). È lecito chiedersi che fine abbia fatto, in simili gesti, tutto il percorso civile di cui l'umanità si fregia. Ogni giorno il telegiornale ci presenta scene raccapriccianti: fatti di guerra di paesi più o meno lontani, ma anche fatti di casa nostra riproposti quotidianamente dallo sguardo implacabile dei media. Questo sguardo non è soltanto un grido d'orrore, è anche un indulgere sui particolari, un insistere su un dolore che lascia intravedere, sotto l'appello all'umana pietas, la trovata degli antichi: l'arena. Nell'arena, con mezzi diversi da quelli utilizzati dalla tragedia greca, l'umano confronto con il dolore, con la sofferenza e con la morte viene proposto come spettacolo. È il tentativo di distanziarsi da qualcosa: trovarsi nei panni dello spettatore dà l'illusione di situarsi fuori scena guadagnando la posizione della conoscenza, ma questo non cancella l'enigma del male nel mondo, quel male che Freud ha chiamato disagio della civiltà collocandolo al cuore del percorso che rende uomo l'uomo.
Il quinto capitolo del Disagio della civiltà denuncia una sorta di orrore nei confronti del comandamento giudaico-cristiano che impone di amare il prossimo come sé stessi: come rispettare questo precetto quando si incontra la crudeltà dell'essere