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Cinque anni or sono ho fatto una ricerca bibliografica sul tema della malattia grave e della morte dell'analista. Negli ultimi tempi avevo perduto, uno via l'altro, diversi colleghi, alcuni anziani, alcuni in ancor giovane età. Altri erano stati colpiti da malattie invalidanti, con conseguenze gravi per loro stessi, le loro famiglie, i loro pazienti. Avevo sentito l'esigenza di occuparmi del problema proprio pensando ai pazienti, che possono trovarsi confrontati con la nostra malattia, invalidità, morte. È giusto, pensavo, prepararsi, riflettere, raccogliere le esperienze di altri colleghi, fantasticare e progettare, nella speranza di trovarci maggiormente in grado di aiutare i pazienti e noi stessi nel caso ci trovassimo in pericolo di vita o dovessimo aiutare un collega al quale questo succeda. Riflettere, pensare e poi … finalmente «dimenticare» di nuovo, almeno finché il destino non ci metta, in un modo o nell'altro, di fronte al problema.
Così pensavo, sapendo che la nostra possibilità di vivere si basa su quella magnifica istituzione che è il diniego, il dimenticare che da un momento all'altro possiamo perdere la salute, morire o perdere le persone a noi più care.
Appunto! Dopo avere pazientemente cercato e letto molti articoli (in una ricerca durata mesi!) e avere scritto un breve testo, ho messo il tutto da parte e non ne ho fatto niente. Ho dimenticato. Poi, due anni fa, Michele Stuflesser ci ha portato un suo lavoro, bello e coraggioso, sulla malattia dell'analista e mi ha costretta a svegliarmi dal letargo. Il lavoro di Stuflesser (2007), oltre alla preziosa esperienza