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Il «vero lettore» diceva Novalis «deve essere l'autore ampliato». C'è, in questa immagine, un'attribuzione di responsabilità: il lettore deve restare fedele all'autore e al tempo stesso deve saperlo espandere. Cosa cerca e cosa offre «una lettura psicoanalitica»? Procede nel senso della riduzione oppure in quello dell'ampliamento?
Un'opera d'arte per essere definita tale deve possedere un minimo di autosufficienza: parla di sé e parla da sé: «Un messaggio che dovesse obbligatoriamente venire ricondotto alla biografia o alla psicologia individuale del suo destinatore per essere compreso, non sarebbe un messaggio letterario» (Orlando, 1992, 18). Tuttavia, seppure in marnerà indiretta e mascherata, l'opera dice contemporaneamente qualcosa dell'autore e del suo mondo. Rimane una questione aperta se l'autore del quale si parla sia a sua volta un personaggio o se corrisponda all'autore in carne e ossa e quanto: se cioè si possa in qualche modo uscire dal testo e dalla verità narrativa per raggiungere un fondo di verità storica. Freud e i primi psicoanalisti erano convinti che una simile operazione fosse lecita e possibile e forse tuttora c'è chi lo pensa. Orlando ne ha criticato ampiamente i limiti, notando: «Tutta la storia dei rapporti fra psicoanalisi e studi letterari è una storia o di prigionia volontaria o di evasioni tentate all'interno del circolo vizioso Destinatore-Messaggio-Destinatore;