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«Elaborare il lutto». Ci vuole tempo, il lutto si deve «elaborare», ripete il mondo intero all'indomani di una morte. Quando si è immersi in questa esperienza sconvolgente, l'affermazione ha il sapore della verità, ma suona anche strana e profondamente perturbante, obbligando a reinterrogarsi sul senso profondo della proposta freudiana.
Vorrei anzitutto circoscrivere il terreno della mia ricerca, visto che l'espressione, anche in campo psicoanalitico, è spesso usata in senso molto largo.
Si parla, ad esempio, di «elaborare il lutto» non solo per la morte di persone affettivamente importanti, ma per ogni cambiamento impegnativo che comporti la perdita della situazione precedente: per l'infanzia nel passaggio all'adolescenza, per ogni delusione d'amore o di lavoro, per il crollo degli ideali o delle illusioni, per la fine di un' epoca della vita, per le evenienze più varie. Così due esperienze umane fondamentali come il lutto e la perdita rischiano di smarrire la loro ricchezza specifica, appiattendosi l'una sull'altra.
A mio avviso, perdita e lutto si richiamano e si implicano a vicenda: ambedue esprimono una privazione, il venir meno di qualcosa di vitale, il crearsi di una mancanza, la necessità e il travaglio faticoso per trovare nuovi assetti ed equilibri.
Ma sinonimi non sono. Né sono da porre in ordine comparativo, quasi che l'uno sia un gradino inferiore o superiore all'altro: se dolore e sconvolgimento interno sono il denominatore comune, è anche vero che l'intensità di ogni perdita e di ogni lutto è sempre proporzionale all'entità degli investimenti in gioco, oltre che alla loro qualità.