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Ma proprio perché «questo» ha valore assoluto soltanto nell'amore, solo nell'amore, e non nell'astratto pensare si dischiude il mistero dell'essere. […] Il pensare astratto, senza sensazione e senza passione, toglie la differenza fra essere e non essere, ma per l'amore è realtà questa differenza che viene meno di fronte al pensiero. Amare non vuol dire altro che rendersi conto di questa differenza.
1. La «regola psicoanalitica fondamentale» prescrive che il paziente «deve comunicare senza sottoporre a critica tutto ciò che gli viene in mente» (Freud, 1912, 531). In questo modo l'analista potrà aiutarlo —almeno in linea di principio — a «colmare tutte le lacune della memoria» (Freud, 1937, 503), operazione che rappresenta la condizione per raggiungere «l'effetto terapeutico», che consiste, infine, nel «farsi cosciente di ciò che nell'Es è rimosso […] mediante interpretazioni e costruzioni» (Freud, 1937, 521). Se quindi l'Io del paziente riesce a «garantire una fedeltà incrollabile all'alleanza del lavoro analitico» (Freud, 1937, 522) sarà possibile la «liberazione […] dai suoi sintomi nevrotici, inibizioni e anomalie di carattere» (Freud, 1937, 499). In teoria, allora, la «regola psicoanalitica fondamentale» richiede al paziente di collaborare, che di fatto significa parlare. In queste note ci interessa il caso del paziente che, invece, tace, e che quindi non rispetta questa regola, non collabora con l'analista. Ci poniamo questa domanda, in particolare: siccome il paziente per poter guarire deve appunto parlare, perché proprio sulle sue parole si basa «la situazione analitica [che] consiste nell'alleanza che noi [l'analista] stabiliamo con l'Io della persona che si sottopone