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F. è una donna di cinquantadue anni, intelligente e molto sensibile, magra e minuta che pare che con un soffio tu possa gettarla a terra; la vedo per la prima volta tre mesi dopo che aveva avuto uno scompenso psicotico consistente in un litigio violento che F. ebbe con il cugino dell'attuale marito, con cui vive da circa vent'anni; questi, tornando a casa una sera, la trovò che inveiva urlando contro il cugino; questi però non era presente, ma era allucinato da F. Lo psichiatra che la prese in cura le prescrisse quetiapina e sertralina. Dopo tre-quattro mesi dall'inizio della terapia psicoanalitica con me ha sospeso il neurolettico e continuato con l'antidepressivo che sta progressivamente diminuendo, in accordo con lo psichiatra di riferimento.
Di sé nei primi colloqui mi disse che non sentiva di valere niente e di aver vissuto sempre con una spessa corazza che la proteggeva e la teneva distante dagli altri, fino all'episodio psicotico; di avere un pessimo rapporto con i genitori —entrambi vivi all'inizio della terapia — ed in particolare con la madre, da cui si è sempre sentita schiacciata e tenuta in scarsissima considerazione. Nell'anamnesi un tentato suicidio (con psicofarmaci) quando aveva ventidue anni. La paziente è collaborativa, almeno a livello manifesto, e mostra una dipendenza notevole, con un «transfert irreprensibile»; sogna molto e fa sogni ricchi ed articolati, come vedremo. La mia principale sensazione nei suoi confronti è di doverla «maneggiare con cura», perché fragilissima, anche se poi sento che in fondo è tenace e coriacea.
Presenterò tre sedute, una delle tre, la seconda, totalmente silenziosa. La presentazione delle sedute sarà preceduta dalla narrazione di un sogno, tratto da una lettera che la paziente mi inviò nell'intervallo che precedette la prima seduta che