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Da almeno la seconda metà del ′700 la categoria di inconscio è stata tra le riflessioni centrali del pensiero europeo. Dopo le ipotesi di un inconscio neurologico (Gauchet, 1992) e dopo il grande dibattito psichiatrico ottocentesco sulla double conscience, il lavoro congetturale di Freud, come ben sappiamo, non ha dunque «scoperto» l'inconscio, ma lo ha nominato. Ha conferito ad esso un primo, originale, coerente statuto teorico scientifico, criterio ordinativo di un modello di mente che viene posto come spartiacque tra le scienze della psiche del vecchio secolo e le scienze della mente del nuovo secolo.
Potremmo anche essere fieri, come continuatori dell'idea staminale di Freud, di avere attraversato il deserto (dell'isolamento e dell'incomprensione), di essere finalmente giunti alla meta del riconoscimento della fondamentale natura inconscia del pensiero umano, e limitarci a esercitare quel privilegio e quel diritto di priorità che ci spetta, per la definizione stessa della nostra disciplina: psicoanalisi come «scienza dell'inconscio» (Wissenschaft des Unbewußten) (Freud, 1922b, 455; 1925, 225).
Non va tuttavia dimenticato che rispetto a questa meta noi siamo, come Israele nella terra promessa, forestieri e affittuari (Levitico, 25, 23), in un procedere ancora in corso. Considerarsi insediati for ever nella terra promessa dell'inconscio, ci farebbe venir meno all'inderogabile compito della ricerca psicoanalitica insito in quello stesso assunto di «provvisorietà» ed «indeterminatezza» di quadri