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Il percorso che mi ha portato a concepire questo lavoro ha avuto origine dagli interrogativi che il funzionamento psichico di alcuni pazienti mi ha posto. Si tratta di persone che hanno lacune molto consistenti nella loro memoria, pezzi di vita sono inaccessibili alla coscienza, nelle loro rievocazioni emergono talvolta sporadici frammenti, più che altro immagini spesso non collocabili in un tempo storicizzabile. Queste amnesie hanno suscitato in me l'esigenza di approfondire la funzione del ricordare e del dimenticare. La carenza di ricordi mi è sembrata in un certo senso il rovescio di quel «soffrire di reminiscenze», di cui parlava Freud un secolo fa, a proposito dell'isteria. Mi sono chiesta se il non ricordare implichi un'attività del pensiero focalizzata sul presente, impregnata di elementi concreti e per questo contigua ad una modalità di funzionamento di tipo psicotico. E poi, come si configura il desiderio se non è possibile la ricostruzione del passato e se l'esplorazione delle proprie origini è interdetta? Si è forse allora solo prigionieri di un'interminabile «nostalgia del futuro»? È implicato in tutto ciò un disordine temporale e una confusione tra dentro e fuori, tra me e non me?
Il primo movimento, nel tentativo di fare chiarezza nel mio pensiero, è stato quello di andare ad esplorare gli scritti freudiani in cui egli fa riferimento alla memoria e al ricordare. Nel mio itinerario ho avuto l'impressione che questo tema costituisca una sorta di trama teorica di sottofondo lasciata talvolta insatura, come se gli oscuri meccanismi del ricordare e del dimenticare non fossero agevoli da maneggiare ed esercitassero una continua pressione sia dal versante clinico