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Per chi, come me, ha amato Masud Khan attraverso i suoi scritti, la lettura di questa biografia può risultare di grande interesse ma anche dolorosa. Tutti sapevano che Khan negli ultimi anni della sua vita aveva dato vistosi segni di disturbo mentale, che la sua pratica clinica era diventata eccentrica, intrusiva e oltraggiosa nei confronti dei pazienti, come dimostrò nel suo ultimo libro, Trasgressioni (1988), in cui esprimeva anche sentimenti antisemiti, provocando la sua espulsione dalla British Society come persona non grata. Ma credo che non a tutti sia noto nei dettagli il suo tragico declino umano e professionale, né che lo scarto tra le idee esposte nei suoi numerosi lavori teorico-clinici e la sua pratica professionale fosse, almeno in alcuni casi, già così grave anche molto tempo prima, negli anni più creativi della sua attività scientifica, ampiamente riconosciuta a livello internazionale.
Ma anche per chi non annoverasse Khan tra i propri autori preferiti, questo libro, come sottolinea Vittorio Lingiardi nella prefazione, offre l'opportunità di interrogarsi e riflettere su «un caso la cui ombra si allunga su temi fondamentali quali la regolamentazione del setting, la salute mentale dell' analista, la formazione professionale, il rapporto con l'istituzione» (Gazzillo e Silvestri , p. VIII).
Gli Autori sono due giovani psicologi, ambedue in formazione presso scuole di psicoterapia di diverso orientamento: psicoanalitico per Gazzillo, cognitivo