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In un recente scritto, Marcel Detienne (2005) accenna criticamente alla divisione che gli storici operavano in passato tra culture con o senza scrittura. Essi si occupavano delle prime lasciando agli antropologi lo studio delle seconde, come se solo la documentazione scritta consentisse di ricostruire una Storia degna di quel nome. Gli Studiosi di arte preistorica oggi, invece, decifrano in quella rupestre le forme grammaticali che ne sono alla base, distinguendo tra pittogrammi (figure antropomorfe o oggetti reali), ideogrammi (rimandano a concetti convenzionali) e psicogrammi (segni che esprimono sensazioni e sentimenti) (Anati, 2008). Da esse risalgono a forme di vita e condotte di popolazioni scomparse da millenni, che hanno lasciato i loro messaggi decifrabili pur non disponendo di scrittura. Anzi, la comparsa di questa forma di comunicazione più sofisticata impoveri l'arte figurativa, che divenne più schematica e meno curata (Anati, 2008). Ed è perturbante oggi «partecipare» a una danza rituale, «assistere» ad una battuta di caccia o «guidare» una mandria al pascolo osservando di persona l'inesauribile ricchezza delle pitture del deserto dell'Akakus, risalenti anche a 10-12000 mila anni.
Come psicoanalisti la questione si è posta col dibattito sull'uso del linguaggio verbale come discrimine per l'indagine sul passato degli analizzandi. E sono state le urgenze presenti nella stanza di analisi a costringerci ad occuparci di quella preistoria che aveva tanto colpito Freud1 al termine della sua vita ma che egli