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La questione posta dal tema di questi incontri,1 a mio avviso, è tanto radicale quanto imbarazzante: sapere se la psicoanalisi sia diventata deludente. La psicoanalisi ha tradito i suoi ideali, cioè gli psicoanalisti hanno tradito gli ideali della psicoanalisi? E se la psicoanalisi fosse diventata estranea ai suoi ideali, e questo avesse per noi scarso o nessun interesse e provocasse una scarsa o nessuna delusione? Pongo la questione senza sapere dove conduca, e innanzitutto senza nemmeno essere sicuro dell'utilità di porla, un po' come nei film americani in cui il detective, arrivando sulla scena del crimine — l'immagine vale quel che vale —, tira fuori il suo quaderno d'appunti e annota con la matita: «Che cos'è successo?», e ci si dice che potrebbe tenersi questa domanda per sé, e del resto si suppone che non abbia le idee molto chiare.
L'imbarazzo della questione radicale e scomoda è che le risposte che inizialmente mi vengono in mente sono oggettivanti, come potrebbe esserlo un trattato sul »disinteresse per la psicoanalisi»» in cui si capovolgesse a dito di guanto l'articolo programmatico di Freud (1913) su L'interesse per la psicoanalisi. Si distinguerebbe, inoltre, tra l'eventuale sopravvalutazione, da parte di Freud, degli usi della sua scoperta e le modifiche che ha subìto con il tempo e che così spesso vanno nel senso dell'alterazione. Si aggiungerebbe un capitolo sulla tendenza delle società psicoanalitiche al conformismo di ciò che trasmettono e nel modo in cui lo trasmettono. Circa il malinteso e il conseguente disagio che sempre si instaurano tra la psicoanalisi e la cultura, si discuterebbe per sapere se si tratti di una aporia di nascita, paragonabile o analoga a quella, individuale, che crea in ognuno il «turbamento di pensare» e la «pena di vivere» — queste parole di Tocqueville