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La questione della frequenza settimanale delle sedute nella cura psicoanalitica è stata molto dibattuta negli ambienti psicoanalitici. Attualmente lo è ancora di più, forse a causa dei cambiamenti sociali e culturali che si stanno verificando nelle società dell'occidente post-industriale, che non si limitano ad imporre agli individui ritmi di vita sempre più frenetici ma propongono una cultura dell'effimero e dell'esteriorità che mal si concilia con la disponibilità a riflettere lungamente, e approfonditamente, sulla propria interiorità.
Prima di affrontare le vicende storiche e le argomentazioni teoriche che hanno caratterizzato il dibattito negli ultimi decenni, rievochiamo i suggerimenti di Freud a proposito della frequenza settimanale delle sedute di analisi.
Intanto vale la pena di notare che, tra le molte migliaia di pagine dei suoi scritti, la questione della frequenza delle sedute è stata affrontata una sola volta in Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi del 1913, ove, nel primo capitolo «Inizio del trattamento», Freud espone le regole psicoanalitiche, che vengono presentate come «consigli», senza pretendere che siano accettate incondizionatamente, in quanto si afferma che la peculiarità dell'oggetto del lavoro psicoanalitico «si oppone ad una standardizzazione della tecnica» (333). Per quanto gli concerne, Freud dichiara di lavorare con i pazienti «tutti i giorni ad eccezione della domenica e delle grandi festività» (333, 337). Nei casi lievi, o quando il trattamento era già molto avanzato, riteneva che bastassero tre ore a settimana. Ulteriori limitazioni di tempo pensava che non fossero utili e che, quindi, andassero categoricamente respinti perché, tra una seduta e l'altra, si forma una «crosta»,