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Vorrei affrontare la questione, indubbiamente alquanto complessa, sottolineando, in primis, la necessità di mantenere una visione binoculare, attenta cioè a non perdere mai di vista l'ampio sfondo, ben più ampio di interrelazioni che essa convoca e, al tempo stesso, a focalizzare la peculiarità del rapporto tra ritmo dell'analisi e modalità di dispiegamento dell'inconscio. Se è infatti del tutto evidente come il numéro delle sedute, in quanto una delle dimensioni del dispositivo analitico (consuetamente definito setting), non possa in alcun modo essere assunto ad elemento a sé stante, pena la sua feticizzazione, è invece molto più vaga la consapevolezza che il dibattito sulla frequenza rischia di imboccare delle prevedibili scorciatoie, quali la polarizzazione di posizioni, il loro irrigidimento in scuole di pensiero o tradizioni culturali ben definite, isterilendo, di fatto, una più duttile attitudine di ricerca.
Considero pertanto una stimolante opportunité la riflessione, che ci ha coinvolto come Istituto Nazionale di Training, sulla sperimentazione adottata, che prevedeva la possibilità di seguire anche un caso a tre sedute. Come è ben noto essa è stata sollecitata dalla crescente difficoltà dei candidati a reperire casi a quattro sedute e da questo punto di vista è un ulteriore, sia pure indiretto, scorcio sullo stato della professione che, come l'indagine Eurisko del 2004 ha rilevato, registra sensibili flessioni nelle richieste di analisi. A mio parere, tuttavia, l'inop-pugnabile pressione sociale che impone un ripensamento della nostra pratica clinica non rende giustizia ad una problematica di cui è importante recuperare un più ampio spessore, traendo spunto da una difficoltà per riflettere sull'esercizio stesso della psicoanalisi e sulle sue possibilità di sopravvivenza.