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[…] mi sembra opportuno presentare queste regole come «consigli» e non pretendere che vengano accettate incondizionatamente. La straordinaria diversità delle costellazioni psichiche di cui siamo costretti a tener conto, la plasticità di tutti i processi psichici e la quantità dei fattori che si rivelano di volta in volta determinanti, sono tutti elementi che sì oppongono a una standardizzazione della tecnica e fanno sì che un procedimento peraltro legittimo risulti talvolta inefficace, mentre un procedimento solitamente difettoso vada una volta ogni tanto a buon fine. Queste circostanze non impediscono tuttavia di stabilire le regole per un comportamento mediamente appropriate da parte del medico (Freud, 1913, 333).
Ci sono, comunque, molte specie di psicoterapia e la loro applicazione dovrebbe dipendere non dalle opinioni del terapeuta, ma dalle necessità del paziente o del caso. Diciamo che, quando è possibile, noi consigliamo la psicoanalisi, ma quando essa non è possibile o ci sono controindicazioni, allora si può eseogitare una modificazione appropriata. Dei molti pazienti che per un motivo o un altro vengono da me, solo una percentuale minima in effetti viene trattata con la psicoanalisi, sebbene io lavori al centra del mondo psicoanalitico (Winnicott, 1986, 101).
Tra gli interrogativi e le riflessioni sull'evoluzione della psicoanalisi oggi, sembra emergere il cambiamento nella domanda da parte dei pazienti e, conseguentemente, la diversa formulazione del contratto analitico e del setting che viene a crearsi. Quanto, però, questi cambiamenti sono diffusi e accettati dai colleghi, in Italia e all'estero? Quale valutazione essi ne danno? Si può arrivare a parlare di crisi della psicoanalisi, visto il calo diffuso delle richieste di trattamento a frequenza piena?