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La psicoanalisi ha intrecciato fin dalle sue origini i percorsi del suo sviluppo con le diverse opere degli artisti, profondi conoscitori, come ebbe a constatare Freud, dei più reconditi ambiti della mente umana. Recentemente Camden (2009, 1124) ha osservato come Freud, ne Il problema dell'analisi condotta da non medici (1926) avesse colto quanto la «conoscenza culturale arricchisca le capacità cliniche dell'analista» e come urga introdurre questo diverso clima culturale nel training analitico. Nello sviluppo del pensiero umano, nel percorso verso la consapevolezza di sé, la rappresentazione artistica è da sempre un momento fondamentale del processo di alfabetizzazione dei processi psichici, della conoscenza di sé e del mondo.
Di Benedetto (2000, 15) dice: «L'inconscio è muto». Penso al «Grido» di Munch, espressione iconica dell'«angoscia senza nome» bioniana, a come Munch, descrivendo la genesi all'interno di sé di questo dipinto, scriva: «Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo». Mi sembrò quasi di udirlo. In realtà, quell'urlo, legato alla perdita della madre (Trabucco, 2008; 2009a) non poteva essere udito, perché urlo dell'angoscia senza nome, senza suono, senza parola.