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Nel 1960, nella prefazione al libro di Hesnard L'oeuvre de Freud et son importance dans le monde moderne, Merleau-Ponty auspicava che psicoanalisi e fenomenologia trovassero una convergenza in una «curiosità infinita» per un comune movimento di discesa «nel proprio sottosuolo» (Merleau-Ponty, 1960,5-10).
Al di là dello specifico problema dei rapporti tra psicoanalisi e fenomenologia, mi sembra che queste parole di Merleay-Ponty si prestino molto bene a riconsiderare quel problema che, da più parti e con molta ragione, viene proposto ormai da molti anni e che potremmo definire come la questione dell'«apertura» della psicoanalisi al mondo contemporaneo.
Da un lato l'«apertura», tanto invocata e tanto necessaria, può essere considerata come un invito pressante agli psicoanalisti perché escano dallo studio privato e entrino nelle istituzioni: mediche, psichiatriche, giudiziarie, universitarie, scolastiche. In altri casi, specie in concomitanza del verificarsi di eventi che influenzano profondamente la vita sociale, si auspica — a mio parere con un certo fondamento — che gli psicoanalisti prendano posizione sui temi politici, etici, culturali e addirittura partecipino attivamente a iniziative socialmente significative (immigrazione, traumi collettivi, scontri interetnici, intolleranze religiose, catastrofi