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So di parlare ad una platea formata da psicoanalisti: questo mi consente di aspettarmi che molto di ciò che vi dirò possa venire inteso simbolicamente. Accompagnatemi leggendo in filigrana, come voi sapete fare, perché per la prima volta da molti anni a questa parte non parlerò di clinica, e anche la teoria — priva, con intenzione, di citazioni dirette degli autori di riferimento — sarà implicita, o addirittura sperabilmente intrinseca.
Insomma, vi chiedo di lavorare sulle mie associazioni, inframmezzate ad un pensiero psicoanalitico più formulato
Accompagnatemi, per partire insieme, in uno scenario personale.
L'antica casa in sasso di fiume sulla collina appenninica, culla della mia infanzia e luogo di rappresentazione di tanta vita onirica mia e dei miei parenti, ha al piano terra, dietro allo scalone che conduce ai piani superiori, una piccola porta medievale che dà accesso alle cantine.
Fino al termine degli anni ′50 vi era stata gran vita, là sotto, io lo ricordo molto bene: uomini, donne, il viavai dei carri pieni d'uva, l'odore del mosto, migliaia di bottiglie, assaggi, affari e contrattazioni, noi bambini a guardare.
Oggi quel mondo non c'è più.
Varcata quella porticina, si entra nel buio e si avverte la densità misteriosa dei secoli, compresi nel loro silenzio.