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La reazione spontanea di molti analisti, me compreso, all'idea di soffer-marsi a riflettere sul concetto di inconscio in occasione del prossimo Congresso Nazionale della SPI a Taormina è stata paradossale, un misto di ironia e di fastidio. Come se la cosa fosse troppo vasta oppure, al contrario, scontata e poco interessante. A un secondo sguardo, nulla di tutto ciò. Il concetto di inconscio, pietra angolare della psicoanalisi, si presta benissimo a essere circoscritto; non è scontato, visto che si può descrivere da prospettive teoriche asssai diverse; infine, se si supera la resistenza iniziale, ripensare a come l'inconscio viene concepito al giorno d'oggi è proficuo perché implica il lavoro di chiarire i princìpi su cui ciascuno fonda il proprio operare clinico.
Una delle vie d'ingresso più stimolanti a questo impegnativo campo teorico è l'ultimo libro di Thomas Ogden, ormai da alcuni decenni, e con pochissimi altri, uno degli autori più creativi della psicoanalisi. Per avvicinarci a questa sua nuova opera, e per l'appunto nell'ottica particolare della teoria dell'inconscio, propongo di partire da una nota sullo stile di scrittura dell' autore.
Ogni frase è cesellata per raggiungere il massimo possibile di chiarezza, è depurata da qualsiasi espressione gergale, eppure è insieme densa ed evocativa