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Questo numero singolare de la Revista de Psicoanálisis, ruota in gran parte intorno al contributo che Borges porto, nel 1978, a una conferenza su La metáfora indetta dall' Associazione Psicoanalitica Argentina, rispondendo all' invito di Mauricio Abadi.
Si confrontano con lo scritto di Borges, in questo numero, psicoanalisti come A. Green, J. Woscoboinik, A. Bidondo, J. Berezin de Guiter, B.E. Miramón, ciascuno secondo il proprio particolare indirizzo di pensiero psicoanalitico.
Confronto non semplice, dal momento che nella scrittura di Borges, tanto elegante quanto enigmatica, il dolore dell' esproprio, la ricerca malinconica delle origini, appare sotto la forma di una raffinata quanto enigmatica costruzione babelica dove, mescolando insieme figure e topoi letterari, lo scrittore inventa percorsi inediti per portare a rappresentazione quanto di tale dolorosa malinconia può essere dicibile.
Il suo stile peculiare non esaurisce però mai l'enigma del rappresentabile, ma lo rilancia, esprimendo così pienamente la complessa e paradossale identitè caratteristica non solo della sua opera ma, si può dire, di tutta la cultura argentina in generale, che sfugge in parte alla «presa» psicoanalytica — per lo meno quando questatenta di riportare all'interno dei suoi ormai plurimi modelli una mésalliance1 che continua a riproporsi come un conosciuto non pensato, rubricabile psicoanaliticamente forse solo sotto la categoria del perturbante (Freud, 1919).
Prima di procedere nella lettura di questo singolare numero della Revista, occorre sottolineare, comunque, che l'arte e la psicoanalisi sono state legate fin dalla comparsa di quest'ultima sulla scena del «pensabile», da un reciproco rapporto di attrazione-repulsione.
Solo per ricordare lo spessore problematico di questo rapporto ambivalente, si rimanda qui al noto rifiuto di Freud per i surrealisti, all'entusiasmo di Breton per l'inconscio, alla brutta opera di Marie Bonaparte su Edgar Allan Poe, stroncata da Lacan (1966a, 250).
La spi