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La realtà clinica con cui siamo confrontati ogni giorno ci stimola ad affinare sempre più le capacità percettive per discriminare i diversi livelli dei fenomeni che sfuggono alla coscienza, distinguendo tra i fenomeni inconsci legati ai meccanismi difensivi della rimozione e quelli che rinviano all'inconscio strutturale, dato che diverse sono l'origine, la manifestazione e la modalità di approccio. La differenziazione non ha solo valore teorico, dato che incide fortemente nell'impegno clinico quotidiano rivolto alla sofferenza mentale ed ai modi di comprenderla e trasformarla, al fine di ampliare spazi di vita, immaginazione e pensiero.
La mia attenzione è rivolta a valutare quanto le nostre conoscenze in proposito transitino nella clinica ed il grado di coerenza esistente tra teoria adottata e suo utilizzo. In particolare quella tra livello dei segni di malfunzionamento e delle carenze del paziente e quello della forma e dei contenuti espressi dall'analista nel lavoro con lui. Si riscontra infatti, con una frequenza significativa, una distonia tra fenomeni rilevati e livello del contenuto interpretativo: più facilmente nelle presentazioni cliniche descritte per esteso (ad esempio negli elaborati clinici presentati per l'Associatura) proprio perché è possibile entrare appieno nella dinamica delle vicende psicoanalitiche. Nei dettagli dell'operare analitico è più agevole individuare l'entità dello scarto tra comprensione teorico-clinica del funzionamento mentale dell'analizzando e scelte tecniche. Un'opportunità di riflessione carente spesso negli scritti già editi nei quali la brevità delle vignette cliniche (sovente) e l'attenzione rivolta necessariamente alla proposta teorica deviano l'attenzione.