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Questo lavoro rappresenta un tentativo di individuazione e riflessione su alcuni possibili sviluppi del concetto di Identificazione Proiettiva negli ultimi anni. Il tema dell'Identificazione Proiettiva ha conosciuto, a partire dalla seconda metà del novecento, una diffusione talmente ampia da essere considerato, come sottolineava Ogden (1979), appartenente a tutta la psicoanalisi, e da essere adottato nella pratica clinica da varie scuole, anche ben lontane da quella da cui era originato. Tale meccanismo ha provocato una trasformazione profonda e un ampliamento del modo di intendere lo spazio analitico, poiché ha portato in primo piano la visione di una stretta interdipendenza tra paziente e analista, divenuta basilare per la comprensione dei fenomeni clinici e lo sviluppo della soggettività.
Allo stato attuale ritengo che, pur non essendovi un dibattito centrato direttamente su tale argomento, certamente sono comparse molte proposte individuabili come estensioni del tema originario, elaborate principalmente nell'ambito delle correnti di stampo intersoggettivista e relazionale.
L'elenco degli autori che si sono occupati, per lo meno in maniera indiretta, dell'agomento, a partire dai primi lavori di Melanie Klein del 1946 e del 1955, è molto esteso (Bion, Bott-Spillius, Grinberg, Grotstein, Heimann, Joseph, Kernberg, Langs, Meltzer, Modell, Novick, Ogden, Rosenfeld, Sandler, Searles, Segal, Seligman, Stern) e non è mia intenzione discutere in dettaglio ogni singola posizione. Intendo invece cercare di delineare alcuni possibili ampliamenti del concetto, sopratutto dopo che il modello teorico di Bion ha effettuato una profonda trasformazione del modo d'intendere l'identificazione proiettiva, ovvero il suo versante eminentemente comunicativo.