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Un inverno, prima dei giochi olimpici, la NBC lanciò una campagna pubblicitaria per i suoi successivi programmi. Il tema della campagna era un semplice slogan: «Che i ricordi abbiano inizio». È una frase che avrebbe potuto caratterizzare l'analisi un secolo fa. È anche una frase che Freud, qualora fosse stato incline ad usare questo linguaggio, avrebbe potuto dire fra sé e sé quando iniziava una nuova analisi.
Anche Vladimir Nabokov (1951), cinquant'anni fa, si appellò al ricordo per scoprire le proprie origini. Speak memory [Parla, ricordo] fu il titolo che diede alla sua autobiografia, un appello alla memoria perché lo aiutasse a scoprire sé stesso; perché lo aiutasse a trovare il bambino che era, il bambino interno che lo chiamava, la cui voce egli sentì nel corso di tutta la sua lunga vita.
La memoria è sempre stata centrale per la psicoanalisi. Per Freud, i ricordi erano veridici; erano ricordi di esperienze traumatiche reali, ricordi che, poiché evocavano sentimenti insopportabili, dovevano essere respinti, evitati, coperti a tutti i costi.
Col tempo gli analisti hanno imparato che, sebbene vi siano ricordi che sono ricostruzioni verosimilmente accurate di esperienze reali - e perfino queste sono inevitabilmente alterate da desideri e difese - fondamentalmente i ricordi sono composizioni, creazioni, prodotti di desideri, fantasie e distorsioni difensive effettuate su residui di esperienze. In un certo senso, essi possono essere considerati come metafore che ci consentono di esplorare il complesso funzionamento della mente.