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È stato durante una breve vacanza a Leksand in Svezia che l'amico bibliofilo che mi ospitava mi ha regalato il libro che desidero commentare. È scritto in latino ma porta una bella traduzione a fronte. I lettori eruditi si renderanno presto conto di che si tratta. Io non lo conoscevo: la mia formazione classica l'aveva amabilmente schivato.
Vi ho trovato alcuni dialoghi che sono tentato di proporre come il primo esempio pervenutoci di psicoanalisi dell'idealizzazione. Una proto-analisi, dovrei subito aggiungere, perché le modalità d'intervento dell'«analista» sono decisamente rozze. Per di più gli interventi sono viziati da un peccato capitale: vuole convincere il paziente ad andare nella direzione che desidera lui (di questo però non mi occuperò) e lo fa con una irruenza che non gli si può perdonare e che non risolve il conflitto. Il «paziente» è celebre. Nel testo viene chiamato F. perché si tratta di Francesco Petrarca.
Anche il lettore di media cultura avrà già intuito che l'oggetto idealizzato non può che essere Laura, incontrata per la prima volta dal poeta nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone. Di Laura non si sa nulla, anche se in questo libro si parla di lei come di una donna affaticata dai parti. «È un particolare molto realistico non suscettibile di alcuna interpretazione allegorica», commenta Ugo Dotti.
Petrarca la idealizza al massimo grado, se è vero che la conosciamo ancor oggi come il prototipo della donna angelicata. La psicoanalisi mostrerà che l'idealizzazione è il frutto di una scissione; lo stesso Petrarca più tardi dirà d'essere interessato a raccogliere i propri «sparsi frammenti dell'anima».