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Sir Frank Kermode. Academic and pre-eminent literary critic who reached out to a non-specialist audience. Così, in sintonia con i quotidiani e i settimanali che contano nel mondo anglosassone, inizia il necrologio del-l'Indipendent di Londra, dedicato a Frank Kermode: una intera pagina a firma di Paul Levy. Kermode, per l'importanza nel mondo delle lettere e la sua passione per la psicoanalisi, avrebbe potuto essere stato l'ultimo dei membri del Bloomsbury Group, se non fosse per la caratteristica principale del suo modo di essere: una semplicità e una amabilità disarmanti che non lo accomunano all'intellettuale aristocratico un po'distante che, sicuramente a torto, i bloomsbury si sono trovati a rappresentare nell'immaginario di molti.
Not Entitled si legge sulla copertina delle sue memorie pubblicate nel 1996, proprio dopo che la regina il titolo nobiliare gli aveva invece concesso e dopo aver raggiunto tutte le posizioni e gli onori possibili per chi aveva scelto il suo campo di studi. Certo civetteria, certo forte senso dell'autoironia per pagine piacevolissime attraversate da una vena di melanconia. C'era qualcosa d'altro però, che faceva pensare che dicesse parole sentite quando affermava di sentirsi un eterno outsider che si godeva «una condizione permanente di moderata alienazione». «Forse perché sono nato nell'Isola di Man equidistante dall'Irlanda, la Scozia e la Gran Bretagna», mi buttò lì una volta con il sorriso di chi non ci crede del tutto. Questo tratto della sua personalità gli diede comunque una libertà mentale decisamente fuori dal comune.
Dopo una carriera accademica nelle maggiori università inglesi, raggiunse l'apice come professore di Letteratura inglese all'Università di Cambridge; ancora in tarda età attraversava l'Atlantico per periodi presso le grandi università americane, da Harvard a Yale alla Columbia.