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Che si trattasse di un evento storico, l'hanno pensato tutti coloro che hanno partecipato al I Convegno organizzato dall'IPA (International Psychoanalytical Association) in Asia e che si è svolto a Pechino dal 22 al 25 ottobre 2010. Lo hanno pensato certamente quanti lo hanno promosso ed organizzato e dev'essere stata una grande emozione per il nostro Paolo Fonda vedersi riconosciuta proprio all'apertura del Convegno la parte determinante che aveva svolto nella sua organizzazione e per aver avuto, a beneficio dell'IPA, il merito di una chiara visione dei processi in atto. Si è trattato di un Convegno su cui bisognerà riflettere: sia per quanto è emerso nello scambio culturale e scientifico in cui ha avuto una parte centrale la Civiltà (Kultur, o bisognerebbe meglio dire, al plurale, le Civiltà) del mondo asiatico (ed in particolare quelle dell'Estremo Oriente), sia per il futuro della psicoanalisi e della sua organizzazione. Non mancheranno certo le occasioni per farlo.
Una prima finestra su questo evento voglio però aprirla su un risvolto «politico», relativo alla «politica dell'IPA», che mi ha fatto sentire orgoglioso di farne parte. È stata, l'IPA, come vorrei sempre fosse. O, meglio, sono stati pronti ad esserlo i colleghi che la rappresentavano in questo caso, come vorrei sempre fossimo. La questione ha riguardato il diritto di parola delle varie componenti partecipanti.
Per comprenderne la portata vanno tenuti presenti alcuni elementi del contesto in cui il Convegno si è svolto. Chi viaggia in Oriente è abituato a vedere, anche a distanza di pochi mesi, grandi cambiamenti nei luoghi che attraversa e nelle «masse» che incontra (uso volutamente il termine freudiano per rimandare ai precisi fenomeni da lui indicati e indagati), ma chi va in Cina (e ciò vale soprattutto per le megalopoli) sperimenta ogni volta un senso di estraniamento, poiché lì tutto cambia ad una velocità incredibile. È cosa nota.