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Sempre a New York, in agosto, è uscito in alcune sale d'essai A film unfinished, per la regia di Yael Hersonski, vincitore a gennaio del Sundance Festival. È ben noto quanto il regime nazista fosse esasperatamente attento alla propaganda e vi investisse molte risorse: tra i mezzi utilizzati, ovviamente e abbondantemente il cinema. La massima parte del materiale girato, però, andò perduto con la caduta del regime. Tra quello rimasto, vi era un raro documentario del ghetto di Varsavia, girato nel maggio 1942, che illustrava la vita che vi si svolgeva. Ritrovato probabilmente in una base militare in Ohio dove era in qualche modo arrivato nel dopoguerra, era conservato nel Museo dell'Olocausto a Gerusalemme, ed era stato integralmente visionato soltanto dagli archivisti, mentre i visitatori del museo ne avevano finora potuto vedere solo qualche minuto.
Per decenni si era comunque ritenuto che «Das Ghetto» - così era intitolato il documentario nazista - ci trasmettesse oggettivamente, a costo di asprezze e immagini scioccanti, quanto avveniva in quel luogo in tempi ardui: le difficoltà a sopravvivere per la gran parte degli abitanti lì confinati, ma anche i consistenti agi per pochi privilegiati. Qualche anno fa, alla morte della nonna che era fra i pochi sopravvissuti delle quasi cinquecentomila persone che sovraffollavano quello spazio ristretto (raso al suolo nel 1943 dopo la rivolta ebraica di Varsavia), Yael Hersonski, curatrice di documentari per la televisione israeliana, ha voluto farsi un'idea di ciò che era accaduto in quel luogo e quel tempo. Scopre così, fra il materiale abbandonato, un'altra mezz'ora di spezzoni di filmati che improvvisamente svelano che l'evidente non era il vero. Quello che era stato considerato finora un documento storico era in realtà un film incompiuto girato a fini propagandistici: l'evidenza delle immagini nascondeva la manipolazione della verità.