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Questa sequenza di lavori apparentemente eterogenea condivide un tema di fondo, i confini: confini di sé, dell'Io, confini fra sé e l'altro, confini fra la vita e la morte, ma anche confini nel senso di limiti, della conoscenza, delle proprie possibilità, del comprendere, del ricordare. Argomento sul quale giá molto, moltissimo, è stato detto e lavorato nell'area della teoria psicoanalitica.
Ci siamo ritrovati, per caso, in modo non casuale evidentemente, ciascuno per proprio conto, ciascuno da una prospettiva differente, a rilavorare ancora questo concetto. Non era questo il nostro obiettivo originario, il tema prescelto e, solo a posteriori ci siamo accorti di come invece il limite, il confine, rappresentassero non solo un terreno comune, ma anche una forma alla quale approdare.
I confini geografici sono delle convenzioni, supportati solo talora dalla realtà delle condizioni geologiche, utilizzate a significare luoghi che diventano fra loro differenti, perché separati da elementi che si prestano ad una demarcazione. Una volta differenziati i territori, segnati i confini, immediatamente si cercano i varchi, i passaggi, allo scopo di custodirli e di transitarli.
Questa metafora potrebbe procedere e perfezionarsi all'infinito, mi preme solamente sottolinearne l'aspetto di convenzione.
Abbiamo la necessità di rappresentarci, consapevolmente, delle delimitazioni, dei confini, dei territori, di noi stessi e di tutto ciò che ci concerne, tanto quanto abbiamo la necessità di sconfinare, di creare dei passaggi, dei varchi, per raggiungere l'altro, l'altrove, lo sconosciuto, l'inconscio.
La pulsione epistemofilica, la pulsione di perfezionamento, premono e avanzano, inseguite e incalzate dall'oblio e dalla rinuncia. Per questo abbiamo scritto