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Quello della disabilità è un tema con cui gli psicoanalisti si sono confrontati abbastanza raramente. Eppure esso offre un campo di indagine e di riflessione particolarmente interessante perché ci mostra in maniera amplificata, come sotto una lente d'ingrandimento, situazio-ni che riguardano il funzionamento psichico generale, situazioni che in qualche modo appartengono a tutti, anche perché in fondo tutti siamo, per qualche aspetto e in qualche misura, dei «disabili», essendo l'imperfezione e il limite elementi costitutivi della natura umana. Certo è che la disabilità ci pone in maniera eclatante di fronte al fatto che il limite non è solo il limite «delimitante», che rafforza il nostro senso di identità dandoci dei confini, limite che ci definisce, ci separa e ci contiene, ma è anche il limite inteso come «limitazione», cioè castrazione, perdita, mancanza, frustrazione, mortificazione, dolore narcisistico.
In particolare il tema della disabilità intellettiva si presta ad una riflessione sul rapporto fra limitazione di partenza e problematica del limite e ci offre un'ottica interessante per considerare il dibattuto tema delle reciproche influenze fra il corpo e lo psichico.
Infatti nell'ambito del cosiddetto «ritardo mentale» l'intreccio fra rilevabili o supposti danni organici e il concomitante disturbo di personalità ha animato a lungo il dibattito dal punto di vista dell'eziologia.
Per riportare le due posizioni estreme ricordo, sul versante filo-psicogeno, la convinzione di Diatkine e Simon (1972) che la maggior parte del ritardo mentale possa ricondursi ad una evoluzione rapida di un autismo precoce non diagnosticato e che persino certe lesioni del sistema nervoso centrale possano essere lette