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In quella nota conferenza tenuta al Collegio medico viennese nel dicembre del 1904, poi pubblicata col titolo
«Uber Psychoterapie», c'è un passaggio significativo in cui Freud, rivolto ai medici ai quali sta cercando di presentare le prerogative e le prospettive della pratica psicoanalitica, dice: «Tutti noi medici, voi stessi, esercitiamo quindi costantemente la psicoterapia, anche quando non lo sappiamo e non intendiamo farlo, ma è dannoso lasciare cosi interamente nelle mani dell'ammalato il fattore psichico nell'azione che esercitate su di lui, perché questo fattore diviene in tal modo incontrollabile, indosabile, non passibile di accrescimento. Non è quindi uno sforzo giustificato da parte del medico il tentare di impossessarsi di questo fattore, di servirsene intenzionalmente, di guidarlo e rafforzarlo? Questo, e nient'altro, richiede da voi la psicoterapia scientifica» (430, corsivo mio). È una definizione di «scientificità» limitata all'uso di un aggettivo, ma al tempo stesso piuttosto orientativa: se accettiamo che esista qualcosa di psichico, poterlo conoscere e utilizzare dovrebbe avere a che fare con ciò che consideriamo «scientifico». Inoltre, se è vero che c'è una psicoterapia «costantemente», ancorché inconsapevolmente, presente nel lavoro del medico, non è difficile estendere questo uso dell'aggettivo «scientifico» alla pratica medica stessa: se cioè esiste un fattore psichico trasversale all'intera pratica del medico, una medicina più consapevole di questi aspetti dovrebbe essa stessa poter essere considerata più scientifica. Mi accingo a recensire la nuova annata del JAPA con queste considerazioni perché molti aspetti dell'impostazione editoriale del 2009 riguardano l'attualità del dibattito sulla scientificità della psicoanalisi, rivelando una inclinazione a sovrapporre oggettivazione e scientificità che indulge a qualche rischio riduzionistico, ma che allo stesso tempo diviene essa stessa oggetto di importanti approfondimenti analitici. Nelle dive