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Un paziente, quasi al termine del suo quarto anno di analisi, si presenta all' ultima seduta prima della pausa estiva, si siede un attimo per compilare l'assegno del mio onorario, e appena sdraiato sul lettino mi dice, con un tono fra il divertito e il preoccupato: «È possibile che oggi, come mi è già capitato una volta in passato, mi sia dimenticato il suo nome esatto nel momento in cui pensavo all'assegno che le dovevo intestare? Salendo in ascensore ho pensato alla sonata a Kreutzer di Beethoven, poi mi è venuto in mente Kluger. Prima di arrivare finalmente a Kluzer sono passato per Closed e Closer, come se l'inglese, che conosco bene, mi suonasse più familiare del tedesco, che conosco male, e mi potesse quindi aiutare a ricordare il suo nome esatto. Come è possibile che lei sia divertato improwisamente così sconosciuto e non identificabile?»… Breve silenzio… «Penso alle vacanze che potrebbero anche essere le ultime dell'analisi [recentemente il paziente ha cominciato a pensare a una prossima fine dell'analisi]… mi chiedo se sarò capace di cavarmela da solo, di essere l'analista di me stesso… allo stesso tempo penso che dovrò anche cercare di pensare a lei come a qualcuno da tener vicino, che mi possa aiutare a continuare l'autoanalisi».
Nella pausa di silenzio che segue mi risuonano in testa, come particolarmente significativi, soprattutto i due termini inglesi di closed e closer, anche se riconosco che apparentemente, per la loro sonorità e per la lingua di appartenenza, essi sembrano essere i più lontani dalla possibile evocazione del mio cognome. Non prendo in considerazione altre possibili ipotesi interpretative che potrebbero, per esempio, collegare l'amnesia del mio nome con vissuti di ambivalenza od