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In Ricordare, ripetere, rielaborare Freud (1914) postula l'esistenza di processi psichici che non hanno accesso alla coscienza non perché rimossi, né perché disinvestiti, ma per una mancata «notazione». Essi possono comparire nel trattamento analitico attraverso i sogni o venire ripetuti sotto forma di azione. L'analisi potrà trasformare queste esperienze interiori non pensate - referenti somato-psichici inconsci, che si collocano al di fuori e al di là del simbolico, pur essendone all'origine (Riolo, 2007) - in rappresentazioni dotate di significato, sottraendole così al circuito della ripetizione. È in questo senso che la terapia può costituire il «completamento di un atto psichico precedentemente incompiuto» (Freud, 1895, 435) conferendo rappresentazione cosciente a contenuti psichici incapaci di coscienza perché mai formulati, dotati dunque di una possibilità di esistenza solo virtuale (1895).
Freud segnala in diverse occasioni (1913; 1915; 1921) la possibilità di comunicazioni da inconscio a inconscio che eludono la coscienza e prescindono dall'uso dello strumento verbale. L'analista ne diventa consapevole attraverso derivati dell'inconscio: «idee improvvise di cui non conosciamo l'origine […] risultati intellettuali la cui elaborazione ci è rimasta oscura» (Freud, 1915, 50).