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Sei i video di Bill Viola in mostra al Museo di Capodimonte, della durata fra i dieci e i venti minuti. In essi, lentamente, molto lentamente, avvengono, nei corpi e nei volti dei protagonisti, delle trasformazioni, di stato, di materia, di condizione, di posizione e di espressione. In alcuni i protagonisti si mostrano, in altri anche ti guardano. La percezione dell'hic et nunc si esaspera, fino alla distrazione; penso: «come in una seduta». La pausa, prevista come elemento continuo nel ritmo strutturale di questo rallentamento, riacquista la sua autonomia di «pausa» nella decelerazione o nell'arresto dell'azione, così come nella necessità di chi guarda di catturare una forma dell'immagine che qui, per sua natura, è votata alla trasformazione. Si allude a quadri famosi, ad antichi maestri, che non vengono detti: alibi et tunc. Cerco nella mia memoria, costruisco storie, provo delle costruzioni.
Dopo, di lui leggerò: «… la videocamera mi insegnò a guardare il mondo con occhi diversi. Mi resi presto conto che si trattava dello stesso mondo visto dai miei occhi, ma trascritto nel suo stato metaforico, simbolico. Questa condizione rarefatta è in realtà sempre presente, latente nel mondo che ci circonda. I pittori che seguivano la tradizione dell'immagine visiva, come gli antichi maestri, avevano bisogno di tempo per soffermarsi su ogni oggetto, per analizzarlo. Questa circostanza, unita al predominio delle realtà religiose e spirituali nella vita quotidiana, consentiva agli artisti di guardare attraverso la superficie materiale di un oggetto, fino ad arrivare agli strati simbolici più profondi. In tal modo, l'atto di dipingere diveniva un rituale - fisicamente rappresentato - di contemplazione spirituale, creazione artistica e meditazione sui Misteri» (Viola, Caravaggio e le sue Passioni). «…questi video richiedono un'attenzione alla quale non siamo più abituati. […] i video di Viola costringono lo spettatore a un'attesa - e a un'attenzione - insolitame