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L'infertilità nelle antiche ere: gli angeli curatori ed i semi di melograno. Nel 300 d.C., in una sua opera d'ispirazione platonica, Metodio d'O-limpo racconta di dieci fanciulle solite passeggiare nel giardino di Arete immerse in riflessioni su questioni femminili. Nel «Simposio delle dieci vergini», Metodio riferisce come nel quotidiano dialogo le giovani filosofe si pongano temi attinenti alle più profonde accezioni del mondo muliebre: la priorità della madre e dell'amore materno nella crescita e nella educazione della donna, la sua influenza sull'emancipazione dell'eros e su tutte le valenze della sessualità dal godimento alla fecondità senza che nessun aspetto ne venga sotta-ciuto, compreso finanche l'aborto e l'adulterio; particolare attenzione viene posta agli argomenti relativi alla procreazione ed alla condizione di infertilità.
Lo scritto, di stupefacente modernità, che indica «l'eccellenza sublime» della verginità non come qualità etica, come una ideologia meramente religiosa potrebbe fare supporre, quanto piuttosto, in una sua intenzione che potrebbe essere considerata metaforica, come generazione estetica (Zorzi, 2003) e misterica condizione primigenia di un libero ed imparziale sapere femminile, vi contrappone all'estremo l'incapacità a procreare. La conquista dell'eros e della generatività di coppia, con-templati quali strumenti della perenne fecondità di Dio, includono nel discorso la terzietà della figura del Padre. La trasmissione del femminile, ripresa e consegnata da donna a donna, da vergine a madre, celebra il transito dalla verginità al nascere della passione ed il trapasso definitivo dal legame genitoriale all'amore di coppia, ma che non vi sia in tale libertà di amare, e di amare un uomo, né oblio della madre né dimenticanza paterna, del Dio padre, poiché in loro nome prosegue la stirpe.