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Un racconto dei chassidim di M. Buber (1979) mi aiuta a impostare la mia riflessione. «Mio nonno era paralitico. Un giorno gli chiesero di raccontare la storia del suo maestro, il grande Baal Shem: allora raccontò come il santo Baal Shem, mentre pregava, avesse l'abitudine di saltare e di ballare. Mio nonno si alzò e raccontò; la storia lo eccitò a tal punto da mostrare, saltando e ballando, come avesse agito il maestro. Da quel momento egli fu guarito. Questo è il modo di raccontare storie».
La forza evocativa di questo racconto illumina immediatamente ciò che significa stare uno di fronte all'altro e le potenzialità che la relazione può mettere in atto. Questo è il nucleo portante del mio intervento: potenzialità che si aprono, anche quando uno è nonno, riandando alle radici della relazione, potenzialità che si creano fin da quando ci si prepara o accade il concepimento. La relazione è per tutta la vita, certamente con una forza particolare là dove la vita si sta creando.
Leggevo lo scritto di un premio Nobel della fisica che sosteneva che «là dove i nostri occhi non vedono nulla il nostro cervello, considerando le rivelazioni di esperimenti messi a punto con grande precisione, scopre la Griglia che alimenta la realtà fisica […] ciò che percepiamo come spazio vuoto in realtà è un mezzo potente la cui attività modella il mondo» (Wilczek, 2008, 77). Di tutto quello che sappiamo, mi viene da pensare, forse è tutto ciò che ancora non sappiamo e conosciamo a poco a poco che modella l'essere e ne è la forza propulsiva. La griglia tessuto di tutta la realtà è supporto della relazione?
Uno dei grandi misteri è il concepimento, la gravidanza, la maternità che si collocano in controtendenza con un mondo sempre più programmato a consumare in fretta, a richiedere prestazioni, a non avere tempo per nulla e a offrire soluzioni