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Nel lavoro La donna non è che racconto. La cultura di genere (2004), dal quale ha preso spunto la mia riflessione, Verena Stolcke mostra come gli studi femministi hanno evidenziato che la disuguaglianza tra i sessi è il prodotto dell'interpretazione della realtè naturale, che la biologia non è destino, che il concetto di persona varia in rapporto al contesto, che la cultura è la natura umana (Lévy-Strauss, 1985), che donna non si nasce, si diventa (de Beauvoir, 1949) e che i ruoli e i comportamenti sessuali si modificano secondo i diversi contesti socio-culturali (Mead, 1935). In tal modo la cultura sarè riconosciuta come il vettore significativo delle trasformazioni nei rapporti uomo-donna rispetto ai meri fatti biologici, ma si dovrè arrivare alla antropologia delle donne perché tali concetti diventino opinione diffusa, sebbene vi si manifestino tracce del determinismo biologico che le studiose intendevano superare. La subordinazione femminile infatti vi è ancora intesa connessa alla procreazione - alla biologia - trascurando il fatto che le differenze di funzioni e attività non necessariamente si costituiscono come fattori di disuguaglianze sociali.
La parola genere affonda le sue radici nella medicina, quando Christine Jorgersen (che negli anni Cinquanta si sottopose in Danimarca a un intervento chirurgico di cambiamento di sesso) contribuì - assieme al diffondersi delle cliniche di genere - a far mutare l'atteggiamento di psicologi e medici nei confronti della transessualità. Essi infatti adottarono il termine gender a indicare il sesso sociale e elidere le difficoltà poste da coloro il cui sesso biologico era incerto alla nascita o non coincidente con l'identità sessuale desiderata o con il proprio orientamento sessuale.