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Leggere il libro di Pellizzari suscita un'emozione particolare perché sembra di primo acchito un diario di viaggio, un viaggio interno però, che un analista di grande esperienza opera dentro la propria mente rispetto ad un tema impegnativo come l'adolescenza.
L'ho accompagnato nelle sue peregrinazioni, curiosando come se mi trovassi davanti ad un album di ricordi, nelle sue considerazioni retrospettive sul rapporto con i pazienti, sulle considerazioni scanzonate che nascono da una vita vissuta nella psicoanalisi. Ma c'è un capitolo particolare su cui vorrei soffermarmi perché è denso di pensieri sulla tecnica, ed è l'ultimo: «Adolescenza e psicoanalisi». In esso si riprendono molte delle tematiche presenti nel libro, a cominciare dall'adolescenza come organizzatore della storia del soggetto (come già Pellizzari ci anticipa nell'introduzione, 16), gli argomenti contenuti nel terzo capitolo «Adolescenza e identità», ma soprattutto ci sono acute riflessioni sulle modificazioni tecniche necessarie per trattare i pazienti in questa età.
Pellizzari comincia con un'affermazione acuta su quanto la tecnica in psicoanalisi non sia una semplice derivazione della teoria (125) e su quanto le modificazioni tecniche abbiano sempre preceduto i rimaneggiamenti teorici (126-127). Questo è un argomento cruciale. Ci troviamo sempre a farci superare dalla clinica