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La letteratura psicoanalitica si è estesamente occupata del lutto e della sua elaborazione e questi temi trovano una loro precisa, importante e ampia collocazione in ogni ambito teorico che necessariamente li include. Non desidero avventurarmi a passare in rassegna questo vasto campo: per riportarmi all'opera di Freud, potrei dire di riferirmi, oltre che a Lutto e melanconia (1915a), a lavori come Caducità (1915c) o Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915b); tenterei quindi di guardare la questione del lutto considerando il punto di vista che, tra le numerose fonti di angoscia che influenzano l'esperienza intrapsichica e interpersonale, alcune sono riferibili ad un'impronta particolare della storia del paziente, altre comuni a tutto il genere umano, e tra queste vi è il dato ineliminabile del limite della nostra esistenza.
Dice Freud in Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915b, 138): «quando essa [la morte] si verifica siamo ogni volta profondamente turbati e come scossi nelle nostre aspettative. Insistiamo in genere sulla causa accidentale della morte: incidente, malattia, infezione, età avanzata, rivelando così la nostra aspirazione a ridurre la morte da fatto necessario a fatto casuale». Riconferma la concezione più volte formulata che all'inconscio è impossibile rappresentarsi la propria morte e conclude con una sorta di esortazione realistica: «Sopportare la vita: questo è pur sempre il primo dovere d'ogni vivente. L'illusione perde ogni valore se ci intralcia in questo compito. Ricordiamo il vecchio adagio: Si vis pacem, para bellum. Se vuoi conservare la pace, preparati alla guerra. Sarebbe tempo di modificarlo così: Si vis vitam, para mortem. Se vuoi poter sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte» (1915b, 148).