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Figura di spicco del mondo dell'arte milanese, gallerista di lungo corso e attore, ora per diletto e un tempo per professione, Alain Toubas, francese d'origine e italiano d'adozione, ha recentemente interpretato con la maestria dell'outsider un testo di eccezionale interesse, breve, conciso, essenziale e di non comune rilevanza psicoanalitica, uscito dalla penna di Salvatore Veca, filosofo della politica, anch'egli prestato per l'occasione al teatro. Due «prestiti» molto ben riusciti, a giudicare dal risultato. Ha preso così voce, volto e corpo, sul palcoscenico del Teatro No'hma di Milano, fissandosi in modo indelebile negli occhi e nella memoria dello spettatore, il personaggio di Zigo, enigmatico emblema di una contemporaneità «liquida», dietro cui si staglia netta l'eterna e mitica figura del narcisismo.
Il racconto si situa fra l'apologo e il caso clinico, configurando un «esempio perspicuo» che, lungi dal limitarsi a illustrarla, interroga e stimola la teoria. Il signor Zigo era un collezionista di sguardi, viveva degli sguardi degli altri, viveva per essi, se li beveva e se li mangiava, ma dentro era vuoto, a perdere e a rendere. Zigo, rispetto al quale Zelig era solo un dilettante, era capace di ricopiarsi mirabilmente a misura dell'altro, dell'interlocutore del momento, al fine di piacergli. Personalità «come se», Zelig imitava per essere, per disperazione, per non scomparire, vuoto di dentro era affascinato dal pieno degli altri. Guardava per imparare a essere, affetto da un tropismo mimetico quasi animale, «accasandosi» nell'identità altrui, mendicando nell'altro la propria. Zigo aderiva e imitava, ancora e meglio di Zelig, ma al fine di essere guardato, di essere al centro dell'attenzione, di trionfare e piacere a tanti, a tutti. Il «come se» di Zigo, l'adesività imitativa che lo muove, aveva dietro quella inconfondibile forma di vuoto che è il «pieno» del narcisismo. Evoluzione o inveramento dello Zelig di Alien,