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Da quando Freud definì il sogno, dapprima nel Progetto (1895) e poi ne L'interpretazione dei sogni (1900), come la realizzazione allucinatoria di un desiderio inconscio rimosso, fino ai contributi più recenti delle neuroscienze sulla memoria implicita e il cosiddetto inconscio non rimosso, possiamo affermare che la teoria psicoanalitica sul sogno ha percorso un lungo cammino pieno di trasformazioni e di sviluppi.
Relativamente al primo aspetto del mio modo di intendere la funzione del sogno, considero che il sogno offra all'analista, da un punto di vista clinico, una doppia potenzialità. Da un lato, il sogno ha la capacità di offrire un'incomparabile informazione sugli affetti predominanti nello spazio analitico, essendo il veicolo preferenziale per affrontare analiticamente l'hic et nunc del rapporto transferale per mezzo dell'interpretazione, oltre ad essere un aiuto imprescindibile nel lavoro di costruzione. Dall'altro lato, il sogno è capace di riattivare e di simbolizzare emozioni e tracce mnemoniche antiche e ingovernabili, derivate da esperienze a volte traumatiche, che risalgono ai primissimi periodi della vita di relazione e ad una fase del funzionamento mentale presimbolico e preverbale, emozioni che rimangono depositate nella memoria implicita (Coderch, 2006; Sandler, 1987; Mancia, 2004; Marucco, 2006). In questo senso, il sogno permette anche la possibilità di un lavoro ricostruttivo.
Relativamente al secondo aspetto, direi che - ovviamente - stabilisco una distinzione fondamentale tra i sogni originati da emozioni e da vissuti traumatici