You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Le due gambe su cui si regge la mia concezione dell'inconscio sono: il concetto di pensiero onirico della veglia di Bion e la sua visione radicalmente sociale della nascita del soggetto. Sogniamo non solo di notte ma anche di giorno. Un insieme di operazioni psichiche a noi sconosciute, che Bion ha denominato funzione a, alfabetizza di continuo gli stimoli sensoriali/emotivi grezzi (o elementi β) che riceviamo dall'ambiente in cui siamo immersi trasformandoli principalmente in immagini visive (elementi α). Questi pittogrammi, assolutamente idiosincratici, sono adatti a essere memorizzati e impiegati per sognare e per pensare. Per stare svegli e coscienti, e per apprendere dall'esperienza, è necessario che tutta una serie di stimoli siano prima stati consci e, sottoposti poi al lavoro della funzione α, siano diventati inconsci. Se la funzione α è carente, gli accumuli indigeriti di elementi β possono dar luogo a patologie di vario tipo.
Il bambino nasce con una coscienza rudimentale. Avverte gli stimoli ma non è consapevole di sé. Percepisce senza comprendere. Dispone quindi solo di un «barlume di coscienza» (Bion, 1967, 179). Questa coscienza, annota Bion, «non ha ancora il suo complemento inconscio; vale a dire che tutte le impressioni sensoriali riferite al Sé rientrano nella stessa categoria: tutte sono coscienti. L'organo recettore di questa massa di dati sensoriali sul Sé raccolti dal neonato per mezzo del suo conscio è costituito dalla facoltà di “rêverie” della madre» (1967, 178). È