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Ogni volta che un nuovo paziente entra nel mio studio, avverto uno slancio di attesa e curiosità nei confronti della prospettiva di imbarcarmi in un nuovo viaggio psicoanalitico. Non sapendo che cosa aspettarmi, mi sforzo esplicitamente di tenere la mente sgombra dalle teorie e dalle mie idee preconcette rispetto alla persona nel momento in cui mi accosto al lavoro. Eppure devo ammettere che serbo delle aspettative implicite su quanto potrebbe presentarsi nella situazione clinica. Una di queste è che, prima o poi, la sessualità entrerà a far parte dell'esplorazione analitica. Questo perché, a mio parere, la sessualità è un'arena fondamentale dell'esperienza umana. Ciò non significa affermare che la sessualità si presenti cospicuamente in tutte le storie dei pazienti o che costituisca l'essenza di tutti i problemi, ma che essa s'intesse nella trama della mente di tutti noi, a colori vivaci o con fili indistinti.
Essendomi formata nella certezza della teoria del conflitto e della psicologia dell'Io (Smith, 2008), mi era stato insegnato che la sessualità, o più esplicitamente il conflitto tra le pulsioni sessuali (e aggressive) e le difese, costituiva il cuore della clinica. In realtà, a quell'epoca era normale raccogliere la storia sessuale completa del paziente e indagare sulle sue fantasie masturbatone nella fase di valutazione iniziale (non mi sono mai trovata a mio agio in questa prassi, poiché la «conoscenza» del paziente ottenuta in questo modo si dissolveva nel conseguente danneggiamento della sensazione del paziente di essere al sicuro). Adesso, anche grazie al mio progressivo spostamento all'interno della cornice delle