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Per molti anni, in ambito scientifico il modello dominante di funzionamento della mente è stato quello della psicologia cognitiva. Questo modello considera la mente come un elaboratore di informazioni simile ad un complesso e sofisticato computer. A differenza del comportamentismo, la psicologia cognitiva riconosce l'esistenza di stati mentali interni, ma rifiuta l'introspezione o la ricerca elaborata a partire dall'esperienza soggettiva: gli individui sono considerati come sistemi dinamici di elaborazione delle informazioni la cui attività mentale potrebbe essere descritta in termini computazionali (Neisser, 1967).
Tuttavia, già alla fine degli anni ′90 i limiti della psicologia cognitiva erano divenuti evidenti ed erano state avanzate numerose critiche a questo modello. Alcune erano basate sul fatto che le informazioni elaborate dal cervello non sono costituite da simboli ben definiti, come avviene nell'intelligenza artificiale (Edelman, 1992); altre sul fatto che la psicologia cognitiva non considerava l'individuo come essere agente, ma un puro elaboratore di informazioni (Varela et al., 1992). Infine, nessuna attenzione era stata rivolta al fatto che il funzionamento della nostra mente è condizionato dal nostro corpo, dal comportamento motorio, e dalle relazioni tra noi e gli altri (Lakoff e Johnson, 1980; Damasio, 1994; Gallese, 2010).